• News
  • Ricerca

L’Istituto di ricerca traslazionale

Pubblicato il Rapporto Annuale

L’Istituto di ricerca traslazionale

A meno di un anno dalla sua fondazione (1° luglio 2025) l’Istituto di ricerca traslazionale (IRT), creato dall’Ente Ospedaliero Cantonale (EOC) e dall’Università della Svizzera italiana (USI), ha completato la sua organizzazione, che prevede quattro Divisioni dedicate rispettivamente alla cardiologia, alla neurologia, alla medicina rigenerativa e allo studio delle risposte infiammatorie gastrointestinali e del microbiota. Ciascuna Divisione comprende poi diversi gruppi di ricerca, focalizzati su specifici ambiti di indagine:

  • Teranostica cardiovascolare (metodi che contemporaneamente sono diagnostici e terapeutici per curare le patologie del cuore);
  • Ricerca cardio-renale (rapporti fra le patologie del rene e quelle del cuore);
  • Dinamiche fra l’organismo e il microbiota;
  • Epatologia;
  • Malattie neurodegenerative;
  • Tecnologie per la rigenerazione dei tessuti;
  • Invecchiamento dei vasi sanguigni;
  • Microambiente tumorale.

Un’ampia illustrazione dell’impalcatura dell’Istituto e della sua “filosofia di sviluppo” è presente nel Rapporto annuale, appena pubblicato in versione cartacea e disponibile anche in versione digitale sul nuovo sito dell’IRT: www.irt.usi-eoc.ch

Gestito in modo paritetico (50% a testa) da EOC e USI, l’IRT (che ha “ereditato” i Laboratori di Ricerca Traslazionale avviati dall’Ente ospedaliero nel 2021) è ormai diventato uno dei protagonisti della ricerca scientifica in Ticino, potenziando il polo biomedico di Bellinzona, che conta già su due strutture di grande valore affiliate all’USI (ma con gestione autonoma), come l’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB), rivolto principalmente all’immunologia e alle malattie infettive, e l’Istituto oncologico di ricerca (IOR). I tre istituti - che condividono la sede e molte attrezzature, nel Palazzo di Bios+ in via Francesco Chiesa 5 a Bellinzona - hanno attivato una ricca serie di collaborazioni reciproche e inevitabilmente convergeranno sempre più verso una visione strategica comune.

Come indica il nome, l’IRT punta sugli studi traslazionali, cioè sulle ricerche pensate per essere trasferite in tempi ragionevolmente brevi dai laboratori al letto del paziente. Questo “passaggio”, in effetti, già avviene all’interno dell’IRT: la Divisione di Neuroscienze diretta dalla professoressa Giorgia Melli, ad esempio, ha un contatto quotidiano con l’ospedale Regionale di Lugano, fornendo un servizio di diagnostica per i pazienti tramite biopsie della cute. E anche il professor Thomas Greuter, direttore di un nuovo gruppo di ricerca che partirà nella seconda metà del 2026, ha allo stesso tempo un’intensa attività clinica, a contatto con i malati, essendo (dal maggio 2025) primario del Servizio di Gastroenterologia ed Epatologia dell’EOC, sempre a Lugano.
L’ambizione dell’IRT è quella di ampliare il più possibile questo approccio traslazionale, attirando nuovi ricercatori e nuove competenze. «La creazione dell’IRT è l’inizio di un viaggio. Vogliamo essere complementari agli altri istituti ticinesi, non concorrenti» - spiega Alain Kaelin, responsabile dell’IRT, nonché direttore dell’Istituto di Neuroscienze cliniche (EOC) e professore ordinario all’USI.

Precisa Giovanni Pedrazzini, decano della Facoltà di scienze biomediche: «Pur mantenendo ognuno la propria autonomia, è importante che ci sia una visione strategica comune fra IRT, IRB e IOR».

Pedrazzini ha già provveduto ad avviare una serie di incontri fra i dirigenti dei tre istituti, trovando ampia disponibilità al confronto. «In questo cammino - continua il decano - l’USI avrà un ruolo attivo, con la Facoltà di scienze biomediche in prima linea. Tutti sono d’accordo, in ogni caso, sul fatto che bisognerà agire con determinazione, dandosi una serie di scadenze precise, per avere un piano strategico di quello che si vorrà portare avanti con la ricerca biomedica in Ticino».

In questo cammino di convergenza, oltre all’USI, allo IOR e all’IRB «dovremo coinvolgere - aggiunge Alessandro Ceschi, capo dell’Area Formazione medica e Ricerca della Direzione generale EOC - anche l’Ente Ospedaliero Cantonale nel suo complesso (al di là dell’IRT) e con esso la ricerca clinica, ma sarà utile valutare un’estensione anche al Dipartimento Tecnologie Innovative (DTI) e all’Istituto di tecnologie digitali per cure sanitarie personalizzate (MeDiTech) della SUPSI, e anche agli altri centri che nella Svizzera italiana hanno un’attività di ricerca in biomedicina. Il modello da seguire - continua il professor Ceschi - potrà essere quello che ha portato a creare un consorzio, nei mesi scorsi, per partecipare al bando che il Fondo Nazionale Svizzero aveva lanciato per la creazione dei nuovi poli nazionali di ricerca (NCCR, National Centres of Competence in Research)».

Conferma Giovanni Pedrazzini: «Sarebbe un grave errore buttare via tutto il lavoro che è stato fatto per il bando NCCR (anche se la commissione del Fondo Nazionale non ha poi scelto il progetto ticinese, per una serie di ragioni che vanno esaminate bene e che non mettono in discussione, comunque, il valore scientifico della proposta). In fondo si è trattato di una sorta di prova d’orchestra: la premessa di un nuovo progetto e di una nuova riflessione».

Ma verso quale “zona” comune dovrebbe convergere la ricerca biomedica ticinese? «Il tema unificante (il filo rosso che collega i vari istituti) - dice Ceschi - potrebbe rimanere quello che era stato scelto per la partecipazione al bando NCCR: l’Aging, cioè gli studi sull’invecchiamento (in sostanza, su come invecchiare meglio), che attraversano in diverse declinazioni quasi tutti i gruppi di ricerca di IRB, IOR e IRT, e sono di particolare attualità nel nostro cantone, una delle regioni con la più alta aspettativa media di vita in Europa».

La convergenza dei vari istituti ticinesi verso un “polo unico” sarebbe molto opportuna anche per agevolare la raccolta dei finanziamenti, sempre più difficile in anni come questi, dominati da grandi incertezze a livello internazionale e dai tagli decisi a livello federale e cantonale. Il modello previsto per l’IRT, ma anche per gli altri enti, combina fondi pubblici (Università e Cantone) e finanziamenti competitivi (in particolare del Fondo Nazionale, che purtroppo non verranno incrementati). Sempre più essenziali diventano, così, i contributi di fondazioni e di altre organizzazioni filantropiche, che negli ultimi vent’anni hanno svolto un ruolo decisivo nella nascita e nello sviluppo degli istituti biomedici di Bellinzona.

«Ovviamente non dobbiamo “rubarci” a vicenda le risorse che ci sono già - precisa Ceschi. - Stiamo lavorando affinché arrivi qualcosa in più, come sostegno (fondamentale) per il nuovo IRT, senza che questo vada a discapito di IRB e IOR. È una “geometria” difficile, inutile dirlo, su cui stiamo lavorando con intensità».

Il nuovo comitato scientifico - A garantire, in ogni caso, la qualità scientifica dell’IRT sarà un board internazionale appena costituito, che è composto da cinque esperti di alto livello, ciascuno dedicato a una delle principali aree di ricerca dell’istituto: Alexandra Calmy (Università di Ginevra), Giovanni G. Camici (Università di Zurigo), Laurence Zitvogel (Università di Paris-Saclay), Ivan Martin (Università di Basilea) e Ahmet Hoke (Johns Hopkins University). Il loro ruolo sarà consultivo, ma diretto: riferiranno alla Commissione mista USI-EOC (che governa l’IRT) i loro pareri sulla gestione dell’Istituto. «Vogliamo una valutazione scientifica costante - conclude Alain Kaelin - anche critica, se necessario. È l’unico modo per crescere davvero, garantire la qualità scientifica e puntare con decisione verso l’eccellenza».

The English version of this page is not available.The page only exists in italian.